Winter & Water

Un getto d’acqua calda scorre repentinamente sulla mia pelle nuda. Chiudo gli occhi ma una lacrima fa in tempo a scappare, fuggire dall’oscurità della retina che sarà messa in pausa per un tempo anche illimitato se fosse per me. L’ultimo elemento terreno e concreto che percepisco è un lontano rumore, un tocco che sbatte pesante sul vetro della finestra a me più prossima e si tratta di una goccia, anzi di più gocce di pioggia che vorrei poter sfiorare ma mi accontento dell’acqua che bagna, rende viva, riscalda la mia pelle anche se so che quest’effetto rinforzante, rassicurante e forse persino troppo consolante non durerà per sempre, dato che le temperature caleranno approssimativamente a picco a caso di qui a poco, in quanto, fortunatamente, ci troviamo già in inverno, che è una delle mie due stagioni preferite, dopo l’autunno ma non voglio parlare di questo.

Il modo in cui mi perdo sotto la doccia mi mancava. Sono solita rivivere questo rituale che dura ore ed ore, rientrare in questo tunnel delle meraviglie simile a quello delle droghe poiché, questo appuntamento con la mia anima è appunto una sostanza non proprio materiale a tutti gli effetti e più che stupefacente per me ma non importa nemmeno questo. Sono i pensieri che balzano come funghi allucinogeni, tanto per essere in tema, nella mia mente ad esserlo, a costituire la mia materia di vita, quella che posso sfoggiare nella mia interiorità e di cui sono fiera, in una piena imitazione nei panni una madre nei confronti di un figlio, in quelli di Leopardi relativamente ai suoi scritti, in quelli di Dante quando da anche più di uno sguardo a Virgilio.

Tuttavia, non è solo questo a rotolare nel mio cervello, purtroppo o per fortuna fuori dal comune, come un masso lanciato giù da una rupe verso valle.

Il mio aver concretizzato e, in particolar modo, interiorizzato che ci sono stati dei periodi diversi e radicali che ho superato, quei periodi che hanno segnato punti da cui, come se fossimo in una qualunque età storica dopo la rivoluzione francese o anche durante il Congresso di Vienna, non si può più tornare indietro verso l’Ancien Regime pur volendo ma io non voglio nemmeno. Perché dovrei voler cambiare la mia vita, la vita che in un modo o nell’altro amo e che nessuno mi ridarà mai se la perdessi?

Dunque, qualcosa è cambiato: persino io lo sono. Non mi riconosco più nella bambina di prima, nella ragazzina con la voce quasi bassa che “viveva”, pensandola in modo idiota, per dei modelli creati dal gossip, a livello di cantanti ovviamente. Non sono più quella bambina con le treccine che odiavo e che cercavo sempre di togliere, quella che era la persona più silenziosa del mondo, la stessa che piangeva praticamente per tutto e che era più fragile di una foglia o della famosissima “fontanella” di un qualunque bambino appena nato che toccavo sempre a mio fratello per reazione ai miei genitori. Questi ricordi sono talmente emozionanti e capaci di scuotere completamente il mio animo che vorrei tornare indietro a questo punto, solo per questo aspetto. Non posso però perché, la vita è un corso d’acqua che cerca il suo mare in cui sfociare, è un alcolizzato che cammina in cerca di bottiglie da collezionare nel suo stomaco e soprattutto, è quella cosa “che passa, che passa”, come ci dice la grande Fiorella Mannoia.

La consapevolezza di un mondo che si porta allo sfascio da solo e non voglio operare per niente nel campo della politica, dal momento che non sono informata come vorrei e dovrei. Un lavoro che arriverà tardi secondo le mie aspettative realistiche e che forse non mi soddisferà nemmeno così tanto, solo in virtù del mio essere sempre quella persona che cambia idea da un secondo all’altro ma non mi pento di vivere i miei giorni in questo modo.

Sono anche conscia del mio essere letteralmente obbligata dalla preparazione che dico di aver bisogno a compiere una scelta universitaria: si, già da adesso.

Magari, un giorno i miei figli mi vedranno come esempio per averla fatta, preventivamente o meno. Sicuramente la loro madre indosserà un camice, indipendentemente dal fatto che io lavori o no nel mio amato laboratorio di chimica. Sempre meglio di fare la professoressa di italiano, il cui stile di vita è di correggere anche se stessa oltre che gli altri e reputo questa come la cosa più odiosa che ogni essere possa anche solo immaginare come legata a sé.

Benché io mando avanti i secondi, a volte faticosamente come un carcerato fa con i giorni che cancella, dopo aver inserito delle lineette sulla parete su cui è appoggiato il suo letto in totale penombra, il dubbio che mi accompagna mi rende sicura di una sola cosa: del fatto che farò sempre di tutto per cercare di rendere la mia vita la migliore possibile, così da rientrare per un attimo tendente all’invisibile e al non percepibile nell’ottica del mio Leibniz. Infatti, se c’è una cosa che non tollero è chi si lamenta e basta senza agire, chi sbuffa se non capisce e la prima volta che gli o le viene spiegata qualcosa senza alzare quella maledettissima mano, se ci si trova a scuola o in un ambiente in presenza di persone più grandi o note, per porre una fine, per disegnare quel punto che si aspetta da secoli accanto, e ovviamente procedendo verso destra, al proprio o ai propri dubbi. Non tollero nemmeno chi segue le persone in massa senza, non dico accettarne ma perlomeno comprenderne gli ideali, in caso ci fossero, dato che non ci sono sempre purtroppo. E’ anche per questo che non mi fido più di chi non conosco o di chi mi fa una cattiva impressione. Non sono quella persona che cerca di approfondire: o mi stai simpatico o no e basta. Poi, se mi sei neutrale e solo in quel caso, approfondisco. Altrimenti, addio. Per me, puoi considerarti anche non morto perché, non sono così crudele come si pensa di me, anche solo in modo scherzoso, bensì inesistente, in quanto non ci provo nemmeno ad intavolare una qualunque discussione, confronto o, nel peggiore dei casi, dialogo con te.

Ho altre diecimila idee che vagano come anime in pena per la testa ma è quello stesso getto iniziale ad interrompere il flusso che credevo interminabile dei miei pensieri, del riflesso della mia anima che vedevo mutare anche se non direttamente di situazione in situazione.

Un getto d’acqua freddo, questa volta. Congela tutto: persino me stessa e non mi riferisco al fatto che vivo in una condizione di gelo perenne.

Un asciugamano, le gocce d’acqua che smettono di picchiare su quel vetro che credevo ormai rotto in superficie per la violenza esercitata coraggiosamente da quelle piccole parti in tutto e per tutto vitali dell’universo.

Poi, un messaggio: quel messaggio che aspettavo tanto da ore. Un sorriso, il mio ed è così che ha termine la mia giornata, quella che volevo elidere dalle altre perché, senza alcun’ombra di dubbio, avrebbe rovinato la loro impeccabile presentazione originale e vorrei che fosse tale anche la fine di ogni altra, a partire da adesso ma non so se lo sarà. Non mi resta che uscire da questa ormai sauna, altro che vivere o pensare di vivere.

THE MESS

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