Ciao, come stai?

Quando mi viene chiesto come io stia non so mai cosa rispondere. In qualche secondo devo decidere se parlare in modo sincero o se inventare l’ennesimo “bene” o “come al solito”  e ogni singola volta scelgo la seconda opzione, non perché io non voglia aprirmi agli altri ma perché ci vorrebbe un’eternità per spiegare tutto in modo lineare, dato il mio perenne divagare. Però voglio provare a spiegare a voi quello che sento.

La risposta più banale sincera che potrei dare al quesito è: “non sento niente”. Anche in situazioni particolarmente gradevoli, mi sento vuota o meglio, sento di essere incompleta. Quando sorrido o sto con qualche persona a me molto cara, percepisco una sorta di riempimento, come se mi stessi completando ma senza essere mai satura, anche perché quella sensazione è passeggera.

Non mi sono sempre sentita così. Questo mi accade da quando ho avuto il primo attacco di panico parecchi anni fa, circostanza in cui ho sperimentato per la prima volta in vita mia il vuoto, l’aria rarefatta, il cadere delle mie certezze e il mancato possedimento di un corpo che sarebbe dovuto essere il mio. È da allora che credo di non essermi mai più sentita piena, strabordante di tristezza o di felicità.

Mi è stato detto che per smettere di sentirmi così vuota dovrei immaginare momenti particolarmente significativi vissuti durante l’infanzia. Io ne ho tanti di momenti di questo tipo, tanto che il mio primo vero ricordo riguarda una corsa intorno al tavolo: io con uno strofinaccio sulla testa stile Cappuccetto Rosso e mio padre che mi sorride rincorrendomi fingendo di essere il lupo. Potrei pensare anche tutto il giorno a tutti i miei parenti e al loro affetto, ai primi bambini che ho considerato miei amici ma non posso vivere nel passato: prima o poi, a seguito di questi ricordi, la realtà bussa alla mia porta e mi ricorda che non è proprio tutto così bello.

In realtà, il problema sono principalmente i ricordi negativi. Giusto per farvi un esempio, prima stavo beatamente studiando e ad un certo punto mi è tornato alla memoria un ricordo che avevo seppellito in qualche meandro del cervello nella speranza di non rigettarmici più dentro. In breve, ho ricordato un giorno di uno dei miei primi camposcuola di Azione Cattolica quando, tutti seduti sul pavimento, giocavamo in compagnia degli educatori. Il gioco prevedeva che ognuno di noi avesse un numero scelto casualmente dagli organizzatori e che, per ogni turno, ci dovessero essere due persone al centro, di cui una doveva dare un bacio sulla guancia all’altra persona, che doveva cercare di scappare per un certo intervallo di tempo. Ecco, quando venivo chiamata io in veste di persona che doveva scappare, gli altri mi correvano dietro con una velocità minore, quasi sperando che il tempo passasse il più in fretta possibile, guardandomi schifati, sbuffando, come se fossi la persona più disgustosa del mondo, come se ci fosse poi molto in ballo e se sfiorarmi la guancia fosse terribile.

Qualche tempo fa ero con dei miei amici e, da sbadata quale sono, ho inciampato. In quel momento, così dal nulla, mi si è materializzato in mente un altro ricordo: quello di una me adolescente a cui stava mettendo le mani addosso una persona da cui era attratta sapendo quanto all’altra persona non importasse di lei.

Se sto sentendo l’urgenza di porre nero su bianco queste parole è perché mai come in questo periodo mi sto sentendo nuovamente inadatta, con la consapevolezza che questi episodi mi definiscono.

Per un bel po’ di anni ho vissuto senza pormi alcun interrogativo del genere, immaginando di stare bene se in compagnia o triste se in un luogo in cui non volevo stare ma sfortunatamente non bastano dei buoni amici, un posto confortevole e magari qualche cibo raffinato a rendermi felice.

Sono circondata ogni singolo giorno da decine di persone diverse, che siano amici o colleghi di corso, ma non mento se dico che non mi sento a mio agio con nessuno, quando siamo in gruppo.

Non sono la tipica persona che vuole sempre stare al centro dell’attenzione ma mi piace essere resa partecipe delle cose, chiaramente non quelle molto riservate di cui ognuno parla con i propri tempi, ma le cose all’ordine del giorno, quelle evidenti. Detesto il fatto che mi vengano nascosti fatti che mi riguardano direttamente e indirettamente, non di proposito ma perché non si pensa a me come interlocutore, il che è anche peggio. È come se, dopo tanto tempo trascorso con determinate persone, non ci si ricordasse più di me, né come prima, né come seconda ma nemmeno come ultima scelta.

E sono stanca di tutti i “pensavo di avertelo già detto” o dei “te ne avrei parlato ma” o del dovermi giustificare sempre perché inevitabilmente vengo attaccata dai più, facendo figuracce con chi invece non mi sta attaccando affatto ma dando dei semplici consigli.

Non riesco più a godermi un alcolico senza pensare ai tanti mi credono una specie di alcolizzata solo perché negli scorsi anni ho postato diverse storie con bicchieri sempre pieni, per il solo piacere di farlo, senza volermi sballare, bevendo una tantum ma il messaggio è passato in modo diverso.

Non riesco più a trascorrere le mie ore fuori casa in santa pace senza dover controllare l’orario, per paura di far agitare mia madre, che reagisce male ad ogni mio singolo ritardo o uscita prolungata, anche se ormai più che cresciuta e mio fratello più piccolo di me sta iniziando a tornare a casa quasi al mio stesso orario.

Non mi fanno stare i commenti su ogni mia scelta, su ogni cosa a cui tengo e a cui voglio dedicare del tempo, che sembra essere sempre non condivisa. Da determinata quale sono, se voglio raggiungere un obiettivo, non mi importa di chi non crede in me o di chi ritiene che potrei svolgere attività più comuni, non così impegnative, tuttavia le disapprovazioni mi feriscono, soprattutto se insensate.

In definitiva, quando mi chiedono a quale corso magistrale io voglia iscrivermi, la risposta nella mia testa è già presente e si trova in una serie in Università dall’altra parte dell’Italia, dove potrò scollarmi di dosso tanti di quei pesi che avrò bisogno di spazio, di numerosi carrelli della spesa, per riporli e spingerli via da me, il più lontano possibile. Con buona probabilità, ciò che non sentiranno più le mie orecchie ci penserà la mia testa a ricordarmelo ma penso di preferire di gran lunga un ricordo qua e là.

Non so quanto io vi abbia spaventato con quest’articolo, spero non eccessivamente. Mi sono aperta del tutto come sempre faccio qui su, nella speranza di confronti alla pari con voi, di far ritrovare e quindi sfogare chiunque legga e si ritrovi nella mia stessa situazione. Attendo infatti un vostro feedback.

Perdonate il lessico informale utilizzato e qualche ripetizione ma ho premuto i tasti velocemente, senza rileggere o modificare qualsiasi termine a priori, in modo che fosse tutto così come l’ho pensato.

Buon proseguimento di giornata e un abbraccio enorme!

THE MESS

21 risposte a "Ciao, come stai?"

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  1. capita spesso nella vita, soprattutto nella fase giovanile, di attraversare queste sensazioni di vuoto, c’è chi è più sensibile e lo sente di più, c’è chi sorvola su queste cose, ma i momenti negativi in quella fase della vita sono sempre dietro l’angolo. Poi la vita stessa, con i vari cambiamenti, con il percorso degli anni, ci offre quella visione nuova che ci fa rivedere la realtà sotto altre forme. Io ho ritrovato la vera bellezza in me dopo i 30 anni, e solo negli ultimi anni posso dire di aver trovato quella pace col mondo alla quale prima non ero per nulla abituato.
    Quindi cara amica, su con la vita, cerca di pensare e vivere le cose che più ami, organizza un viaggio, apriti a nuove conoscenze, ma soprattutto non ripensare al tuo passato, ai tuoi sbagli, cerca di vedere il mondo come se la tua vita iniziasse ora, nell’istante in cui leggi queste parole..😉👍👍😊 un caro abbraccio per te..🤗

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    1. Grazie per le tue parole, come sempre sei molto caro, un buon interlocutore. Basandomi su ciò che hai scritto e da come spero vada, ho ancora tanto tempo per essere serena e in pace con il mondo, devo solo trovare il modo giusto per iniziare quest’ulteriore viaggio alla riscoperta di me stessa.

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      1. Mi sembra che chi ha preceduto ti abbia già dato una chiave di lettura giusta. Te ne aggiungo una io: ridi, sorridi, cerca il lato comico delle situazioni, perché come diceva già qualcuno, ridere è il miglior modo per prendere la vita sul serio. E anche per dare il giusto peso alle cose e alle situazioni

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        1. Ciao! Sdrammatizzare è la chiave per non soffrire continuamente e per non darlo a vedere e questo non significa non stare male ma essere autoironici, saper vivere nel mondo senza risultare un peso, cercare di andare avanti. Quindi sì, sorrido e sorriderò ogni volta che ne ho la possibilità, anche se a volte si tratta di sorrisi falsi. Dunque, ho fiducia in me stessa che in futuro sul mio volto possano farsi strada numerosi sorrisi veri. Un abbraccio, a presto!

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  2. Ciao. Da quando ho cominciato a lavorare con lo psicologo sulle molestie che ho subito da adolescente i feedback mi perseguitano, lui dice che è normale, ho cercato di scappare per troppo tempo. Ne parlerò stasera sul mio blog. Ti auguro una strada piena di luce e gioisci. Sei forte. Dacci tue notizie.

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    1. Ciao, piacere di conoscerti! Grazie per il feedback, passerò al più presto sul tuo blog!
      Comunque ci tengo a rassicurarti sul mio conto: ci saranno sicuramente aggiornamenti.
      Anche se non ho ancora letto nessun tuo articolo, penso tu sia molto coraggiosa, per il semplice fatto che riesci ad esprimere a parole il tuo dolore, anche perché comprendo quanto possa essere complicato farlo, non perché le parole non ti escano ma perché in generale ti ritrovi a rivivere vecchi ricordi.

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  3. Io, che ho “qualche” anno più di te, ho riconosciuto molto di me stesso nelle tue parole; non so se sia il termine più consono, ma io lo definisco come un costante senso di insoddisfazione e inadeguatezza, che è forse più il risultato delle mie aspettative personali che più che essere proiettate verso il prossimo, lo sono verso il mio modo di essere e di agire. Sono piuttosto severo con me stesso e tendo a non perdonare certo fallimenti nella mia estenuante ricerca di consenso e approvazione. In diverse occasioni mi è capitato, e mi accade ancora, di percepire delle forti resistenze (astio, diffidenza o, peggio, un’ostentata e voluta indifferenza) in persone appena incontrate che non hanno ragioni concrete per manifestare scarso o nullo interesse. C’ho pensato soprattutto leggendo la faccenda del “gioco della guancia”. Pensa che una volta un tizio che leggeva la mano per diletto, dopo avere preso tra le proprie quelle di 4 o 5 amici, quando è giunto il mio turno l’ha “letta” con me che l’avevo appoggiata sul tavolo, senza nemmeno sfiorarla. 🙂
    A parte questo, per quanto goda di rapporti (molto pochi, com’è ovvio che sia, secondo me) rapporti potenzialmente intimi e appaganti, fatico parecchio a vedere il bicchiere mezzo pieno. Lo vedo su altre questioni (tipo la salute) ma per quanto concerne le relazioni interpersonali avverto una fame smodata, che sfocia nella bulimia.

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  4. Le relazioni…la comunicazione…l’accettazione…viviamo come se queste cose fossero il fulcro della nostra esistenza, ma pur essendo importanti sono elementi forse un po’ sopravvalutati . Io sono una nonna, ho alle mie spalle tanta vita e tante esperienze (gli studi, il lavoro, il matrimonio, i figli, i nipotini cari, le letture, gli amici, i viaggi) e tanto dispendio di energie nel tentativo di gettare ponti. Mi dicevo che prima o poi le cose sarebbero cambiate, che con l’impegno e la volontà avrei capito e mi sarei fatta capire, ma è stato invano. Nessuno mi è davvero vicino quando la notte non dormo, o quando sto male, o quando provo dolore, solitudine, paura, gioia per un bel tramonto, perché alla fine nessuno è me. Ho tante persone che amo e che mi amano, ma nessuno che mi entri dentro davvero. Lo so, è strano dire queste cose alla mia età, uno se le aspetta da un adolescente, da un giovane, eppure le penso e le dico nonostante tutto. Non è essere infelici, in fondo è solitudine. Prima mi raccontavo la cosa che prima o poi avrei stabilito un vero contatto, ma non ci sono mai riuscita. Magari è colpa mia, ma ormai non mi va più di tentare. Accetto la mia condizione e mi vivo quel che resta del giorno per come è. La mia piccola micina nera è molto malata, forse non ce la fa. Tutti in famiglia ne sono addolorati, ovviamente, ma io ci sto anche male, tanto che ieri sono dovuta andare dal medico che mi ha prescritto lo xanax per le aritmie cardiache che questa angoscia mi sta causando. Purtroppo somatizzo. Però non l’ho detto a nessuno, tanto mi direbbero che sono esagerata. Non so ancora se prenderò le gocce perché ne ho paura, ma resta il fatto che nessuno capirebbe. La conclusione è che in fondo in fondo, anche in mezzo alla gente, anche con una vita piena e realizzata, alla fine siamo tutti soli. Almeno quelli come me. E dobbiamo farcene una ragione. Abbracci

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  5. Credo di avere circa il doppio dei tuoi anni, ma mi ritrovo in quello che scrivi.
    Non ti dirò che con il tempo passa tutto o diventa più facile, il mio vissuto mi dice che non è così.
    Ma con il tempo si spostano le asticelle di ciò che è normale, che puoi accettare. Forse, semplicemente, ci si abitua. E impari a conviverci e a concentrarti sul resto. Questo sì.
    Se vuoi, sono qui.

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    1. Ciao, piacere di conoscerti, chiunque tu sia. Ho apprezzato il tuo commento a quest’articolo, spero tu possa essere presente anche in futuro, in modo che possiamo confrontarci e stimolarci a vicenda.
      Mi piace questo tuo punto di vista e il fatto che tu non mi abbia detto che prima o poi starò bene, che i ricordi ci saranno ma saranno più sfocati, anzi.
      Attendo il momento in cui sarò in grado di accettare ciò che ora mi tormenta, anche se in quel frangente ci sarà ben altro da sopportare, diversa come sarà la mia vita.
      Ricambio il supporto. Se e quando vuoi, sono qui, puoi contattarmi anche via mail o sui social. A presto!

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  6. “Come stai?” vince a mani basse come domanda più difficile a cui rispondere, forse nessuno risponde mai in modo completamente sincero. Preferisco la più generica “come va?” che sembra uguale ma in realtà lascia più margine di manovra, puoi decidere di rispondere come meglio preferisci, parlando ad esempio di cosa stai facendo negli ultimi tempi senza per forza spiegare come ti senti.
    Spero che riuscirai a fare la magistrale a cui stai pensando, sono sicura che prendere le distanze dal tuo mondo attuale aiuterà parecchio. Ogni tanto rimpiango di non averlo fatto anche io. Questa scelta mi ha portato altre cose che non disdegno, ma ogni tanto mi chiedo come sarebbe andata nell’altro modo!

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    1. Concordo con te: il “come va?” è una domanda a cui è decisamente più facile dare una risposta, anche se il “come stai?” è più intimo e sincero. Spero anch’io di riuscire a frequentare il corso di laurea magistrale che desidero seguire e mi auguro che, pur non avendo fatto lo stesso, tu abbia ricevuto altre gratificazioni, malgrado qualche problema sostieni di averlo avuto, cosa di cui mi dispiace davvero tanto.
      Buon proseguimento di giornata!

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      1. Nessun grande grave problema, grazie per il pensiero! Solo le solite domande, chissà cosa starei facendo o dove starei vivendo o quali opportunità diverse avrei avuto se avessi mai provato a cambiare università e città. Nulla a cui non si possa porre rimedio più avanti, ma è il dubbio di quel “se” che rimane e mi dispiace non aver colto.

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  7. Io in realtà credo di capirti, vorrei solo però dirti se scappi dai problemi quelli ti seguiranno, affrontali, non restare passiva, io l’ho fatto e poi è peggio, quelli creacono.
    Vorrei dirti che gli attacchi di panico un giorno passeranno ma non è così però ci saranno periodi felici e sereni ed altri più difficili…
    Vedila così questo è un periodo nero e dopo la discesa se ci metti tutte le forze la risalita é più vicina, lenta e faticosa ma c’è!

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