Come di consueto

In quest’anno più che mai ho verificato che molte delle situazioni in cui mi sono trovata possono essere associate benissimo al termine “abitudine”.

Spesso e volentieri, fino ad un po’ di tempo fa, ero solita ignorare tale espressione poiché mi sembrava alquanto inutile dover attribuire un vero e proprio significato personale a qualcosa che avviene sempre allo stesso modo o in uno molto simile rispetto alla volta precedente, a qualcosa che ormai si da per scontato che ci sia, a qualcosa che a volte non si vuole nemmeno cambiare essendo così legati alla propria routine.

Tuttavia, adesso so quali sono le due diverse accezioni dell’abitudine, mio malgrado e per mia fortuna.

Ne ho conosciuta una quando ho dovuto lasciarmi alle spalle una relazione amorosa ormai svuotata della sua essenza, rinsecchita nel corso degli anni, senza la minima possibilità di una felice ripartenza, senza più frutti da donare ai due estremi: un mero rituale da seguire ma vagando in due direzioni diametralmente opposte, con baci che potevano solo separare e occhi che incrociandosi non creavano più quella magia primordiale.

Ho rinforzato lo stesso concetto quando ho scaraventato via delle persone con cui parlavo sempre delle stesse identiche cose, sempre negli stessi luoghi, sempre con lo stesso sorriso forzato stampato sul mio volto e, anche in taluni casi, era il ricordo dei vecchi tempi a farmi pensare che tutto fosse ancora “normale”, termine su cui potrei scrivere per ore.

Sapete, ho ritrovato l’abitudine anche nelle attese interminabili alla fermata del pullman, minuti sacrosanti che avrei potuto utilizzare diversamente, magari camminando a piedi e facendomi ringraziare dai miei muscoli ormai trascurati.

L’abitudine l’ho riscontrata anche nelle mie playlist ma in generale in quello che credevo fosse il mio genere musicale preferito: ore trascorse con le cuffie nelle orecchie ad ascoltare canzoni che piacevano alla follia alla mia versione quindicenne ma non alla ventenne che adesso è in me, canzoni fin troppo distanti dai miei gusti attuali, scelte anche solo per il bel ritmo, per la fama dei cantanti. No, quella non sono più io. Ora do peso al contenuto, alla storia del cantante ma non solo: talvolta mi lascio anche trasportare da voci con timbri particolari, cantanti misconosciuti, spaziando tra un genere ed un altro ed un altro ancora, sempre pronta ad entusiasmarmi con album appena pubblicati, con insegnamenti da recepire.

Dopo tutti questi esempi a riguardo dell’accezione negativa dell’”abitudine”, probabilmente vi starete chiedendo quali siano invece quelli che posso portare a favore dell’interpretazione positiva.

Credo di essermi abituata agli operai che da mesi svolgono il proprio lavoro nel mio palazzo e in quello di fronte al mio, a ritmi alterni, nelle rispettive case in vendita. Ormai capisco che è giunto il momento di mettermi a studiare o di iniziare le lezioni quando sento la prima martellata, il primo tonfo sul pavimento. Questo vale anche per il termine delle mie attività universitarie, collegato all’urlo dell’ultimo impiegato che abbandona l’appartamento di turno da ristrutturare, incrociato con scricchiolii di porte che si aprono e si richiudono all’istante, cosa che segna l’arrivo di padri e madri di famiglia a casa, l’arrivo di mio fratello che mi lancia un urlo dal corridoio, si fionda in bagno per sciacquarsi mani e faccia scongiurando i segni distintivi di questo maledetto virus e corre da me a chiedermi della mia mattinata, trascorsa tra professori ultracinquantenni che perdono la connessione ogni due per tre e studio per esami accostati l’uno all’altro, anche nello stesso giorno, con date fissate da gente che non riesce proprio a mettersi nei panni degli studenti.

È diventata una mia consuetudine anche quella di scambiare lo sguardo con la signora che abita nel palazzo di fronte al mio, che esce e rientra continuamente per stendere i panni, che ormai saluto e a cui ho imparato a voler bene pur non conoscendola a fondo.

Sono parte integrante delle mie giornate a casa anche i miei adorabili zii che suonano il clacson in corrispondenza di una delle finestre presenti in cucina, i cui volti riesco a vederli limitatamente agli occhi, a quegli occhi che sono capaci di trasmettere a me e ai miei genitori quanto più affetto possibile.

Mi sono abituata all’aerosol e quindi al raffreddore che non da segni di cedimento, alla tosse che va via e ritorna in un battibaleno, a tutti i mal di testa improvvisi che mi ricordano il motivo per cui sono qui a casa, il motivo per cui sto combattendo così tanto contro me stessa per rimanerci e la fortuna che ho nel dover affrontare solo questi piccoli sintomi influenzali, rispetto a gente che se la sta passando sicuramente peggio di me.

Non riesco a fare più a meno della mia pausa “radio”, durante la quale faccio zapping tra canali come VH1, RTL 102.5, Radio Italia, Radio Deejay e tanti altri, rigorosamente seduta sul mio divano in soggiorno, nella speranza che venga fatta partire una delle canzoni che conosco così da poterla cantare allegramente.

Ho imparato ad organizzare il mio tempo avendone a disposizione molto di più, dunque mi sono ormai immersa in liste mentali che sembrano non avere mai fine, in agende mai consumate del tutto, in fogli affissi alla mia lavagna di legno con le punesse colorate.

Se c’è qualcosa a cui però non mi abituerò mai sono: le voci metalliche, le uscite l’una a distanza di un mese dall’altra, i rossetti che continuo a comprare e ad utilizzare persino sotto le mascherine, la mancanza del superalcolico dopo cena, la mancanza delle feste, degli abbracci, delle fossette sulle labbra mentre qualcuno sorride, delle strette di mano quando ci si presenta agli altri, dei pomeriggi trascorsi in libreria anche solo per dare un’occhiata all’ennesimo libro che riempirà la mia libreria, la mancanza dei cinema, dei teatri, dei concerti, delle corse per non arrivare troppo in ritardo, del vento freddo che si insinua fin dentro le ossa, di un dialetto che non sia il mio o quello dei miei genitori, dei tavoli trovati all’ultimo minuto al ristorante, delle strade affollate ma sicure, dei negozi stracolmi senza dover aspettare un’eternità per entrarvici. Mi manca vivere pienamente la mia città perché a me non basta conviverci, a me non basta definirmi come appartenente ad essa senza dimostrarlo, senza sorridere per l’ultima innovazione tecnologica fuoriuscita dalla mente ingegnosa del nostro amato sindaco, senza incrociare i turisti emozionati che ci degnano della loro presenza, senza incontrare le belle persone che abitano qui, senza contribuire alla crescita del posto.

E tu, invece, a cosa sei abituato/a?

Dopo due mesi sono ritornata a scrivere decentemente, ancora una volta senza dovermi preoccupare di filtrare le mie parole, donando a voi quanto più possibile di me. Mi auguro di non avervi annoiato e di non essere risultata pesante. Spero che abbiate apprezzato questa mia digressione riguardo il significato che attribuisco all’abitudine, a mio parere termine così controverso da non poter essere analizzato in qualche riga, incorrendo in caso contrario nella banalità totale. Mi fa piacere risentirvi, sul serio. Se vi va, raccontatemi qui di seguito di voi, delle vostre emozioni attuali. Potete scrivermi davvero qualsiasi cosa: io sarò lieta di rispondervi in ogni caso. Un bacione enorme a tutti voi e a presto!

P.S. Ci tengo a dire a chi di voi pensa che io sia troppo prolissa che questa volta ho voluto esserlo: me lo dovevo, ve lo dovevo, dopo troppi giorni passati in astinenza dalla scrittura.

THE MESS

19 risposte a "Come di consueto"

Add yours

  1. “P.S. Ci tengo a dire a chi di voi pensa che io sia troppo prolissa che questa volta ho voluto esserlo: me lo dovevo, ve lo dovevo, dopo troppi giorni passati in astinenza dalla scrittura.”
    Ammettilo che stavi pensando a me. E comunque quella non si chiama volontà, ma vizio! 😝😝😝

    Bentornata, blinking sister! 😉

    Dicono che servano 66 giorni per acquisire una nuova abitudine, che sia essa buona o cattiva… io sto cercando di mettermi a fare cose costruttive, sia mai che impari! 🙂

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    1. MACCIAOOOOO!❤
      Stavo pensando anche a te, è vero, lo ammetto. Il lupo perde il pelo ma non li vizio no? Comunque ho scritto un articolo che pubblicherò a breve e potrebbe stupirti ahahaahh
      Grazie per il sostegno, come sempre!

      Non sapevo la questione dei 66 giorni🤔

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      1. E tui sei una lupacchiotta, mi sa! 😛

        Comunque sì, cerca in rete: alcuni studi dicono che sia quello il tempo che serve per “abituarsi” 😉

        Ciao, little C. 😉

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  2. Anche io non è molto che ho ripreso a scrivere, cambiando completamente blog. Creandone uno nuovo. Ed è bello. Mi piacerebbe far diventare nuovamente una abitudine scrivere post sul blog per parlare di quello che mi piace e che mi fa stare bene. O semplicemente per raccontare qualcosa vissuto, provato o fotografato.
    Ti leggo volentieri e magari tra 66 giorni (come ha scritto qualcuno sopra di me), diventerà anche questa una abitudine.
    Ciao, Federico

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  3. ben ritrovata! 🤗 Diciamo che stai maturando e quindi cominci a vedere le cose da nuove prospettive, riguardo la musica ti consiglio se per caso non ce l’hai ancora spotify, lì puoi ascoltare qualsiasi brano ti passa per la testa senza aspettare che le radio di turno lo mandino in onda, cosa che spesso non capita mai quando vorremmo..😉 Riguardo questo periodo, ormai alle mascherine ci stiamo abituando, all’inizio mi faceva strano, ora anche voi ragazze mi sembrate molto carine con le mascherine, con quegli occhietti vispi che spuntano e quel ti guardo e non ti guardo che fa tanto simpatia 😊 Poi va beh speriamo che passi questo virus, la voglia della vita di prima ormai non si misura neppure più…

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    1. Ciaoooo, che bello risentirti dopo tanto tempo! Ti ringrazio per avermi dedicato parte del tuo tempo: per è davvero molto importante.
      Per quanto riguarda la musica, ho Spotify ed è anche un po’ la mia salvezza (fino all’anno scorso utilizzavo ancora il lettore del telefono scaricando le canzoni singolarmente e perdevo davvero tanto tempo). Tuttavia, qui ho parlato delle radio poiché, a volte, preferisco non rimanere incollata sul telefono o al computer e ascolto la radio, il che mi rilassa più di quanto già non faccia la musica in generale sentita su Spotify.
      Ti ringrazio per il complimento rivolto a noi ragazze, che tenero!
      Continuiamo a sperare perlomeno di non rientrare in zona rossa perché almeno in zona gialla un minimo la vita la si può godere.
      Ti auguro una buona serata e ancora grazie 😉

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      1. qua in Liguria per ora siamo in zona gialla, ma vedo che si stanno attuando restrizioni ovunque, non so da dove scrivi, ad ogni modo pare che la situazione torni scura, speriamo bene! E’ stato un piacere leggerti e scriverti, un caro abbraccio, buona domenica, alle prossime. Seguimi sul mio blog se ti fa piacere.. 🤗😉

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        1. Ciao! Scusami se ti rispondo solo adesso ma non sto passando un bel momento, anzi. Io vivo in Puglia: ecco perché ti parlavo della zona gialla, in cui attualmente noi ci troviamo. Un forte abbraccio anche a te! Tornerò presto sul tuo blog, senz’altro 😉

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  4. A me l’abitudine spaventa ora come in passato. Ho sempre associato a questa parola il termine NOIA … brutto vero ? Eppure in questi anni dove mi sono ritrovata a casa “non occupata” … ho cercato di non cadere nel tour dei gesti abitudinari , soprattutto per la paura, nel momento in cui mi fosse stato concesso il ritorno al lavoro, di ritrovarmi adagiata in una routine che avrebbe “cozzato ” con i ritmi frenetici di una vita lavorativa. La Pandemia ha calato il suo carico da 100 e inventarsi percorsi casalinghi nuovi non è stato di certo facile, ma ci ho provato…

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    1. Anch’io, come hai potuto leggere, prima conoscevo solo il lato negativo dell’abitudine ma sto provando man mano a reinventarmi. Sono felice che ci stia provando anche tu e spero vivamente che tu ci riesca. Basterebbe una minima novità rispetto al giorno precedente a garantirci una vittoria netta sull’accezione negativa di abitudine.

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  5. a cosa sono abituata?
    È triste dire che mi sono abituata ai ritmi dell’essere in zona rossa e quasi non voglio tornare alla frenesia dei soliti giorno. Sarà che coso un’ anima quieta ma mi sono rilassata all’ idea di non dover sempre per forza essere pronta, vestita bene, attiva e di fretta. Ovviamente so che mi riabituerò alla solita vita di sempre quando ricomicerà ma sono anche consapevole di essere maturata molto in questa situazione. Mi sono rilassata proprio al livello mentale ed emotivo. Sono sopravvissuta alla quarantena in un mini appartamento con una bambina di tre anni. Non è stata una pacchia, affatto. Ma vivere una situazione diversa senza l’obbligo di essere perfetta ed efficente per fare felici gli altri mi ha fatto bene. Ma ora sono pronta per tornare alla vita di prima con più consapevolezza.

    Continua a essere prolissa che ci piaci così 🙂

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    1. Ciao! Che piacere rileggere un altro dei tuoi meravigliosi commenti!
      Sono felice che tu ti sia rilassata molto, godendoti un po’ di serenità. Anch’io me la sono presa molto comoda in alcune circostanze: cosa positiva da una parte ma negativa dall’altra se penso che sarà un’impresa riabituarmi ai vecchi ritmi. Però sai cosa? Meglio pensarla in modo positivo come te e sperare di ritornare alla “vecchia normalità” riabituandosi a tutto senza problemi ma soprattutto senza rimpianti a seguito di questi lunghi mesi.
      Sei davvero una persona fantastica e non lo dico tanto per dire: sto avendo modo di notarlo volta per volta, commento per commento. Non oso immaginare la tua difficoltà nel convivere con una bambina piccolissima trascorrendo mesi interi a casa.
      Grazie per il supporto come sempre e stà tranquilla per la mia scrittura prolissa: non mancherà mai davvero,
      Buon proseguimento di giornata!

      Piace a 1 persona

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